Advertising & Riot (V for Vendetta)

v-for-vendetta-logo-wallpaperEmblematico degli straordinari cambiamenti che il linguaggio pubblicitario ha infuso nei media e nell’immaginario popolare (come della potenza della comunicazione visuale marchiata da feticismi visuali) è il successo che uno spezzone di film dei fratelli Wachowski (ideatori di Matrix) continua ad avere in rete. Spunta un po’ ovunque associato a sfoghi rivoluzionari momentanei.

Il film porta il titolo emblematico di “V per Vendetta”. Lo spezzone è concepito come un vero e proprio spot pubblicitario, fortemente feticizzato. L’eroe libera uno spazio, si riappropria di uno studio televisivo per lanciare un messaggio rivoluzionario. Di colpo tutti gli schermi si oscurano, il nero appare su tutti i video e la società distratta e bulimica per un attimo si ferma. Le famiglie si riuniscono, gli ospiti di uno ospizio si rianimano e se la prendono col televisore. Tutti a contemplare lo schermo vuoto, l’imprevedibile… l’interrompersi del flusso. Il piegarsi dello spazio tempo a formare una grinza di sospensione.

Il nero si illumina di un rosso accesso della tenda/sfondo. Al centro del video, l’eroe. Puro sex-appeal inorganico, nascosto dal mantello nero e dalla maschera bianca stilizzata a metà tra un pagliaccio e Joker. Tutto ciò che fuoriesce sono capelli forse finti, comunque taglienti, metallici. In basso il logo rivoluzionario: una V grondante di sangue. L’eroe parla e difende il potere della parola come atto rivoluzionario, ma il messaggio è tutto visuale. Un grande feticcio. Le parole scivolano sulla fissità seducente di un volto inorganico, morto, vivo ed eterno insieme; e proprio per questo, forse, seducente.

La maschera reclama vendetta. Incarna il feticcio atavico della passione “naturale”. L’insieme è possente. Penetra violento nella coscienza. E’ elementare, rivendica il diritto alla rabbia contro un mondo bulimico e orwelliano. Si colloca in un mitico tempo eterno delle barbare passioni liberate.

L’immaginazione tende a ragionare secondo logiche di consumo. I messaggi, che più tentano di essere “dissacratori” dell’ordine culturale, entrano pienamente nella logica pubblicitaria per tentare , con esiti variabili, di farla implodere con l’immaginazione e la ri-semantizzazione.

La rivoluzione è uno spot, il più elementare ed atavico di tutti. La rivoluzione è un feticcio visuale in cui incarnarsi e sfogare la rabbia repressa.

Una V grondande di sangue e pubblicità.

L’unico testo, a cui viene in mente di attingere per parlare di rivoluzione oggi, è uno spezzone di film che riproduce i più elementari principi del linguaggio pubblicitario per creare un eroe-feticcio da scambiare e fare rimbalzare sui blog planetari.


3 Risposte a “Advertising & Riot (V for Vendetta)”

  1. [...] Advertising & Riot (V for Vendetta) [...]

  2. E’ un peccato che nel tuo post non citi mai Alan Moore. Un vero peccato, perché c’è molto più da dire.
    Il V for Vendetta originale è stato pubblicato nel 1983 in inghilterra con l’implicito volere di criticare il governo della Thatcher. Utilizzando un mezzo nuovo Moore espone contenuti vecchi, le basi concettuali per qualsiasi sviluppo anarchico intellettuale.
    Per farlo, per spiegarsi, usa V, un concetto travestito da uomo con la maschera. Concetto eterno e forte, la forza della distruzione prima della ricostruzione.
    Ma per questo ti lascio leggere l’opera. Fortemente consigliata, comunque.
    Il film invece… beh, ribalta tutto. V da concetto mascherato da uomo diventa uomo mascherato da concetto; la lotta al potere istituzionalizzato diventa la difesa dello status quo democratico. C’è a chi è piaciuto, il film, ma c’è anche chi si è accorto di questa profanazione. Alan Moore in primis, che non ha voluto il suo nome sulle locandine del film.

    Oggi forse qualcuno non ha i riferimenti necessari se poi utilizza questo spezzone di questo film, forse. ma il resto, quello vero, è tutto lì, a disposizione. Non so, forse è inutile.

  3. Boh il punto che volevo esprimere riguardava il film e basta proprio perchè quello è molto noto mentre Moore molto meno. E non mi riferivo neanche ad un qualche senso “profondo” ma proprio all’uso che ne fanno le persone.
    Detto questo sono abbastanza d’accordo con te, anche se non parlerei di profanazione, ma di riscrittura o rilettura; ne di vero o falso sono entrambi “veri”.
    buona giornata

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