Metropoli, merci e feticci visuali

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“Dallo stretto d’indaco ai mari di Ossian, sulla sabbia d’ arancio e di rosa che il cielo vinoso ha lavato, da poco si sono alzati ed incrociati i viali di cristallo… ” (Rimbaud, 1975: p. 331)[1]

In ogni periodo storico esiste un luogo, materiale e simbolico, dove si concentrano e si manifestano i conflitti sociali; le tensioni economiche; la produzione, la rappresentazione e la riproduzione della società stessa.

La società industriale ruotava intorno alla fabbrica. Tutta la società emergeva, e si organizzava, attorno ad essa. Ne sposava i concetti di tempo e spazio; e ne seguiva gli andamenti evolutivi. In fabbrica nascevano, e si scontravano, le classi sociali e le teorie politico/interpretative dominanti.

La società neo-industriale[2] ha questo luogo nella metropoli (o megalopoli).

La metropoli è un ibrido sincretico e cosmopolita dove le tendenze contrastanti di omologazione e produzione di nuove infinite differenze si incrociano e scontrano. E’ lo spazio panoramatico dove i flussi sociali, economici, mediali, etnici, politici e culturali della globalizzazione configgono e si rimescolano; dando vita a nuove e temporanee sintesi creative ed equilibri fluttuanti. La metropoli è panorama cangiante di vetro, metallo, carne e pixel fusi insieme. Ogni cosa è segno, comunicazione. “…il panorama della natura artificiale, il panorama della metropoli, il panorama visuale – o visualscape - assume sempre più sul suo corpo i tratti distintivi dei panorami elettronici.” (Canevacci, 2000: p.253)

La comunicazione visuale è la trama che connette edifici, strade labirintiche, merce e corpi.

Corpi, interconnessi nelle reti neuronali, che si fanno, essi stessi, panorami su cui narrativizzare un proprio sé; e connettersi ad una delle location della metropoli cangiante. Bodyscape.

Merci-segni da usare nel complesso gioco semiotico delle definizioni temporanee e delle appartenenze fluide metropolitane; da incorporare nel proprio bodyscape metamorfico. “Si può considerare la gente come impegnata in un complesso gioco di segni (sign play) che mima e vibra in sintonia con l’eccesso di segni in un ambiente tutto edificato” (Featherstone, 1994: p.141).

Merci animate. Merci-feticcio. Merci con una propria biografia e storia personale. Merci individualizzate. Merci cariche di sex-appeal inorganico. Merci che non chiedono altro che la piena immedesimazione nel loro corpo fantasmatico per donare ogni genere di piaceri e soddisfazioni.

Marx individua l’arcano della merce nel suo carattere di feticcio, nel suo presentarsi all’operaio come una potenza autonoma, estranea, che nasconde i rapporti di produzione dietro la forma di rapporti sociali tra cose. “Il nostro progresso e tute le nostre invenzioni sembrano avere come effetto quello di dotare le forze materiali di una vita intellettuale e di ottenebrare la vita umana con una forza materiale” (Marx, 1856) “I prodotti del lavoro… divengono merci, cose sensibilmente soprasensibili, ossia cose sociali” (Marx, 1996: p.77) Le cose si animano, si fanno soggetti sociali; e gli individui sempre più simili a cose. Merci tra le tante.

Il concetto di feticismo ha, però, due altre versioni “classiche”.

La prima, di origine coloniale, conia il termine “Feitico” per descrivere le pratiche relative al sacro dell’altro, del “selvaggio”. Grazie al potere di nominare, i colonialisti stabiliscono un essere primitivo, non sviluppato, del “selvaggio”, fermo ad uno stadio pre-religioso; e neutralizzano la seduttività ambigua del feticcio. In questo, i conquistatori europei adottano, quasi alla lettera, una delle strategie del feticismo individuate da Luise J.Kaplan (2006: p.12)[3]. “Il feticismo trasforma ciò che è ambiguo e incerto in qualcosa di noto e certo e nel far ciò estingue ogni scintilla di creatività che potrebbe dar fuoco alla minaccia della ribellione”. Il feticcio “selvaggio”, però, non può essere neutralizzato; è un “oggetto che si anima, un ibrido di organico ed inorganico al cui interno o sulla cui superficie ha sede uno spirito deteriorato” (Canevacci, 2007: p 186).

L’altra si deve a Freud che definisce feticismo: la sostituzione o deviazione del desiderio sessuale con il desiderio per “una parte del corpo assai poco appropriata per gli scopi sessuali (il piede, i capelli) o un oggetto sessuale che sia in evidente relazione con la persona sessuale, ancor meglio con la sua sessualità (capi di vestiario, biancheria). Questo sostituto viene non a torto paragonato con il feticcio, nel quale il selvaggio vede il suo Dio” (Freud, 1977: 111)

Il feticismo delle merci attuali è diverso, è visuale. Si crea, si diffonde e si riproduce come un virus all’interno dei circuiti mediali e dei panorami metropolitani; ma mantiene connessioni semantiche con i precedenti concetti di feticismo. Ovviamente, come ribadisce Jameson (2007), continua ad esercitare anche la sua funzione di occultamento della realtà dei rapporti sociali e del mercato. Trattiene, inoltre, il carattere perturbante; l’animismo, lo spirito che smuove; e il suo essere profondamente sociale.

Le merci attuali si configurano come un vero e proprio linguaggio al cui interno il significato di ognuna dipende dalle relazioni che intrattiene con le altre. “L’uomo ha bisogno di beni per comunicare con gli altri e per dare un senso a ciò che succede intorno a lui”. (Douglas; Isherwod, 1979: p. 105)

Beni che diventano segni, fantasmagorie di mondi e di desideri realizzati, modelli prefabbricati di stili di vita che si propongono al consumo; ed, insieme, uno strumento per comunicare con gli altri ed entrare in sintonia con gli spazi diversi e molteplici della metropoli. Esperienze totali pronte e a portata di mano.

Le merci racchiudono nei loro corpi estetizzati il vero segreto del valore attuale. “La dimensione visuale crea un valore aggiunto tra il corpo della merce e il corpo del consumatore. Questo valore aggiunto vivifica nelle nuove forme del feticismo” (Canevacci 2000, p.24) “I feticismi visuali incrociano alienazione e immedesimazione” (Canevacci, 2007: p.193); stimolano empatie organiche-inorganiche.

Le merci si fanno pienamente soggetti, feticci animati della comunicazione visuale che, consumati, prodotti, riprodotti e incarnati milioni di volte; si animano di vita propria.

(Nemo)


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Canevacci, M. R.

2000 Antropologia della comunicazione visuale, Roma, Meltemi.

2007 Una stupita fatticità, Milano, Costa & Nolan.

Douglas, M.; Isherwod, B.;

1984 Il mondo delle cose, Bologna, Mulino.

Featherstone, M.

1994 Cultura del consumo e postmodernismo, Roma, Seam.

Freud, S.

1977 Il perturbante, in Opere di S. Freud vol. IX, Roma, Meltemi.

Jameson, F.

2007 Postmodernismo. La logica culturale del tardo capitalismo, Roma, Fazi.

Kaplan, L.J.

2008 Falsi idoli. Le culture del feticismo, Gardolo, Erickson.

Marx, K.

1856 Speech at the Anniversary of the People’s Paper. In Feinbach (ed), Surveys from Exile, New York, Vintage Books, 1974.

1996 Il capitale, Roma, Newton.



[1] “Metropolitana” Continua: “…incontanente abitati da famiglie giovani e poveri, che si alimentano dai fruttaioli. Niente di ricco. – Città! Dal deserto di bitume…”.

[2] Neo-industriale: come ibrido transitorio tra società industriale e possibile società futura della “conoscenza” (progressiva scomparsa del lavoro manuale e crescente importanza della conoscenza nelle dinamiche economiche e di potere). Ibrido in cui coesistono aspetti (o forse spazi) di entrambe e di precedenti modelli economici. Definizioni alternative come post-industriale nascondono la natura ancora fortemente industriale della società odierna, in cui le fabbriche (e il relativo lavoro manuale) si sono semplicemente spostate. Mentre società dell’Informazione o della Conoscenza nasconde il grave problema delle risorse materiali sempre più scarse (incubi malthusiani) e può al massimo esprimere una tendenza attualmente agli inizi. Il futuro è un neologismo da inventare ed incarnare?

[3] La teoria del feticismo elaborata dalla Kaplan è interessante ed offre molti spunti, ma ritengo che pecchi di una visione esclusivamente difensiva e conservatrice del feticcio, oltre che troppo concentrata sul feticismo esclusivamente come dinamica psicologica, mentre al contrario è radicato in pratiche sociali.

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